Novembre

  • Anno 2003,  Novembre

    Origine dei cognomi montecalvesi

    Più di un mese fa, ricostruii l’etimologia di un cognome abbastanza diffuso nel nostro paese, IORILLO, su invito di una gentile rappresentante di quella famiglia che si chiama Alessandra. Presoci gusto (alle volte questi praticanti di linguistica si divertono con niente) mi sono avventurato a cercarne altre, di etimologie, quelle di cognomi appartenenti a famiglie di miei amici. Avrei voluto scriverne molte di più, ma, come mi si può credere, queste ricerche, oltre a macinare vento, sono anche molto lunghe.  Le affido allo strano spazio di  Internet affinché giungano agli amici e ai loro parenti come regalo per le prossime festività natalizie.

    Quasi sempre nell’etimologia di un cognome vi è in estrema sintesi la storia della famiglia;[1] e spesso in esso sono contenuti anche riferimenti molto importanti alla Storia generale del nostro popolo.

    Ad esempio, i cognomi degli ebrei convertiti a forza nel Regno delle Due Sicilie, dopo il 1541, quando fu applicato anche da noi, per disposizione di Carlo Quinto, l’editto delle maestà “molto cattoliche” (Isabella e Ferdinando) di Spagna emanato nel 1492, riflettono una tappa della storia religiosa e civile che ritengo cruciale per la comprensione di alcuni sviluppi nella storia non solo del nostro Paese. Per i nuovi cognomi di questi nuovi cattolici furono adottati il nome delle città in cui i convertiti risiedevano o l’aggettivo derivante da queste.

    Tuttavia, nella loro maggioranza, i cognomi italiani indicano semplicemente il nome di battesimo  (o prenome) del capostipite preceduto da di o de. Per altri cognomi, ma quest’uso è più diffuso nel Nord Italia, si è ricorso alla forma latina del nome (mettiamo: Martinus), e se ne è ricavato il genitivo (Martini> figlio di Martino), che non deve essere scambiato per un plurale[2]. I di e i de dei cognomi meridionali, nella stragrande maggioranza, sono caduti per sottinteso. Le famiglie che li hanno ancora sono di solito quelle che hanno conservato per motivi di vanto dinastici la forma più antica, magari perché così registrati per iscritto in vecchi documenti di famiglia custoditi con cura. Ma anche un  semplice cognome come IANNONE o CHIANCONE bisogna intenderli come DI IANNONE  o DI CHIANCONE (questo per ristabilire un po’ di uguaglianza sociale e civile tra le nostre famiglie) e indicava, nell’atto ufficiale di nascita o di battesimo, che si trattava del figlio o del discendente di colui che nella linea maschile di quella famiglia aveva portato per primo quel nome (nome del capostipite).

    Un altro uso è la registrazione nel cognome dell’appartenenza etnica,  della condizione sociale, del mestiere o della professione del capostipite (IORILLO, PARZANESE,  SINISCALCHI, TEDESCO ecc.).

  • Anno 2003,  Novembre

    La fiera di Santa Caterina in Montecalvo

    Montecalvo Irpino AV – Appena sfumata, in quella che un tempo fu la Piazza Vecchia di Montecalvo, giunge oggi l’eco di una fiera le cui origini si perdono tra le trame del tempo e la nebbia novembrina che, in una sorta di velata protezione, avvolge il sito dell’antica chiesa di Santa Caterina.
    Più in là, dove lo sguardo incrocia gli anfratti arenaci della Macchia di Cavalletti, spuntati dal tempo, ma ancor di più dall’indifferenza dell’uomo, i bastioni delle antiche mura, che dalla fine del Medioevo ospitarono l’ospedale alla stessa santa dedicato, a mala pena resistono alla superstite mortificata memoria.
    In un non precisato anno del Milleduecento in quelle mura, che la pietà di chi aveva ritenuto legittimo l’uso della forza per liberare Gerusalemme dai musulmani infedeli trasformò in riparo per ammalati e pellegrini, si consumò uno scandaloso episodio il cui ricordo perdurò nei secoli successivi.

    Il verbale di cessione, che nel 1518 sancì il passaggio della struttura ospedaliera e religiosa agli agostiniani del beato Felice da Corsano, molto scarnamente tramanda che nel Milleduecento, appunto, furono lì ospitate delle donne e perché non è onesto, afferma il documento, ospitare delle donne dove risiedono i frati, è opportuno, per l’avvenire, aver l’accortezza di separare i due sessi.
    Al di là della considerazione che anche Montecalvo, forse, ebbe la sua Canterbury, la menzionata occasione ci dà la certezza della funzionalità del complesso già nel XIII secolo.
    E fin dall’inizio esso fu posto sotto la protezione di Caterina d’Alessandria, la leggendaria santa torturata e martirizzata nel IV secolo, durante la persecuzione dell’imperatore Massimino Daia.
    La testimonianza più antica del suo culto è coeva al tempo del martirio, ma a partire dal X secolo, e massimamente dal Millecento, esso si diffuse in gran parte d’Europa. E’ molto probabile che proprio allora sia giunto a Montecalvo, introdottovi dai superstiti della crociata indetta da re Guglielmo il Buono.
    A quell’avventura avevano partecipato circa sessanta armati montecalvesi che avevano conosciuto i due ospedali, quello maschile di San Giovanni Battista e quello femminile della Maddalena fondati intorno alla chiesa di Santa Maria Latina in Gerusalemme. E furono i Crociati che insieme alla prima esperienza istituzionalizzata di assistenza agli ammalati e ai poveri, portarono in Europa, incrementandolo, il culto a Santa Caterina.L’usanza medioevale di abbinare le fiere con feste religiose, e la data del 25 novembre, festa canonica della Santa, coincidente a sua volta con la chiusura della stagione agricola, favorirono il sorgere della fiera di Santa Caterina.

    Per secoli i Magistri Nundinarum, letteralmente i maestri delle fiere, funzionari appositamente nominati dalle autorità locali, feudatario e civica amministrazione, ne decretarono l’apertura e la chiusura controllando e disciplinando le operazioni di scambio e di vendita. Ci riesce difficile immaginare i flussi di acquirenti e venditori, spesso a ruoli alternati, all’interno delle mura. Dalla porta carraia del Monte, da quella del Trappeto e dalla Porta della Terra si raggiungeva il sagrato della chiesa di Santa Caterina.Era qui il cuore della festa e del mercato, binomio indissolubile nel desiderio di riposo e di contatto sociale. Era nel momento della fiera che promesse e necessità trovavano un tempo, al popolo comune, per la loro soddisfazione. Ed ecco, quindi, il gaudio collettivo: i progetti, l’attesa, gli incontri, il cimentarsi nell’affare, il saper vendere ed il saper comprare e il tutto nella festa, condita di aromi e di sapori.

    I monaci agostiniani dal 1518, ma già i Cavalieri di Malta, tutori e amministratori delle origini, furono gli anfitrioni della fiera organizzando il tradizionale pranzo.
    Fu nel palazzo di Sigismondo Carafa, di lì a poco primo conte di Montecalvo, che il 22 giugno del 1518 gli agostiniani si impegnarono con pubblico strumento a perpetuare la già plurisecolare tradizione: perché per lo tempo passato è stato solito, nel dì de Santa Caterina, dai confratelli e dal Priore che in tale ricorrenza sono nominati maestri, organizzare un convito, ossia una festa, che così ancora si abbia ad osservare per l’avvenire, come è stato solito…

    Ma di lì a qualche secolo la stretta Piazza Vecchia non riuscì più a contenere l’esuberanza di un incontro che con il passare degli anni si rivestiva di un sempre più alto valore economico prolungando i giorni della sua durata.La sua fama oltrepassò i confini della Valle del Miscano. I pastori abruzzesi che annualmente percorrevano il Regio Tratturo ne amplificarono la voce. Che giunse nel Molise, in Abruzzo, in Puglia. Fu necessario trasferirla, nel tempo e nello spazio.Ne fu anticipata la data al 21 novembre per evitarne la concomitanza con l’omologa fiera che il 25 si teneva a Foggia, contemporaneamente si preferì un contesto più agevole e spazioso: il Piano.
    Un nuovo ospedale ed un nuovo convento ricevettero il testimone dell’accoglienza: l’ospedale dell’Annunziata e la comunità religiosa di Sant’Antonio aprirono le loro porte. Agli Agostiniani successero i Francescani. I chiostri dei frati minori si riempirono di dialetti, di fumi e di effluvi odorosi.
    La strada e la collina adiacente, là dove alla fine del XIX secolo sarebbe stata impiantata la pineta e all’inizio del secolo scorso sarebbe sorto il sacro cimitero, si popolarono di equini ed ovini, animali da cortile e suini, il cui frinire, belare, starnazzare e grugnire risaliva in fusione di grida e voci di

    alterchi, conditi dal fumo dei bivacchi e delle cucine, il tutto nelle gamme dei colori e dei costumi distintivi dei rom e dei ceti sociali.Calavano le notti, ma non il chiasso che, sommesso solo nelle strade, esplodeva nelle numerose cantine, generose di baccalà, sarache e vini novelli. Le deboli fiamme delle torce appena rischiaravano il buio che, benevolo, offriva complicità a prevedibili trasgressioni.
    Tant’è che alla fine della fiera uno spirito espiatorio e quasi esorcizzante animava l’esposizione del Santissimo Sacramento nella pratica devozionale delle così dette Quaranta Ore. L’assalto dei tempi, densi di trasformazioni e sciagure, ha radicalmente cambiato lo spirito della fiera. Anonima, oggi, scimmiotta il settimanale mercato.Non si avverte più l’ansia dell’imminente inverno che un tempo avrebbe impedito commerci e rapporti.
    Il popolare detto Santa Catarinella, acqua o nevicella, più non esprime il monito di un’attenta analisi per l’acquisto dei beni occorrenti.
    Eppure un’insolita affezione resiste per un appuntamento che, nonostante tutto, conserva il suo fascino antico.
    [Nativo]

    Giovanni Bosco Maria Cavaletti

    Le foto:

    1) DORSALE COLLINARE CHE CONSENTIVA IL TRANSITO DEI CARRI ATTRAVERSO LA PORTA DEL MONTE

    2) PORTA DEL TRAPPETO

    3)SULLO SFONDO, LA MACCHIA CAVALLETTI

    4)RUDERI DELL’ANTICO OSPEDALE DI SANTA CATERINA

    5)SOMMITA’ DEL CASTELLO – INGRESSO ALLA TERRA DI MONTECALVO DALLA PORTA DEL MONTE

    6) IMMAGINE DELLA FIERA ODIERNA

    7)SANTA CATERINA D’ ALESSANDRIA

    [Nativo]

  • Anno 2003,  Novembre

    La fiera di S Caterina – Le foto

    Montecalvo Irpino AV – La tradizionale fiera annuale di Santa Caterina, svoltasi nelle giornate di venerdì 21 e sabato 22, ha movimentato, non poco, la piccola comunità montecalvese. Il bel tempo, che mancava da qualche anno,  ha favorito lo svolgimento. Una moltitudine di gente, anche da contrade e paesi limitrofi, non è mancata all’appuntamento; ha invaso le strade principali del paese, tra centinaia di bancarelle di ogni ordine e tipo. Siamo andati alla fiera, scattando qualche foto, per testimoniare questo evento storico che si ripete da secoli..

    [Nativo]

    Ottone Bruschino

  • Anno 2003,  Novembre

    La fiera di Montecalvo in onore di Santa Caterina

    Montecalvo Irpino AV – S. Caterina è una delle figure più colpite dalla maldestra ripintura di epoca napoleonica. E’ appunto dalla foggia del suo abito che si ritiene di poter datare il rifacimento.

    La fiera di Montecalvo in onore di S.Caterina Dovrebbe trattarsi di Santa Caterina d’Alessandria, la cui festa cade il 25 novembre, e non della Santa di Siena, che viene festeggiata il 29 aprile. Inoltre, ricordo che nella chiesa di S. Bartolomeo ( a Montecalvo) c’era, quand’ero piccolo, una statua lignea della Santa che si appoggiava a una ruota dentata, proprio lo strumento di tortura di Santa Caterina d’Alessandria. Del resto, era proprio per questa ruota – anche se con uno stravolgimento tragico e un po’ farsesco – che i mercanti si aggiungevano alla lunga teoria di categorie sociali e di mestiere devote alla Santa. Speravano, i mercanti, che la Santa proteggesse le ruote dei loro carri, mentre si spostavano da una fiera all’altra, dimenticandosi che quella ruota dentata di ferro serviva a tutt’altro scopo. Forse dobbiamo scusarli perché nel Medioevo, quando maggiormente fiorì la devozione a Santa Caterina, era difficile arrivare con le ruote e le ossa intatte, viaggiando lungo le vie scassate che c’erano allora.